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Blog di bezzifer

Il suo, un cammino irto di difficoltà, fece crollare il muro di indifferenza, incompetenza e complicità attorno alla mafia trasformando il magistrato in una icona della legalità

23 Maggio 2017 , Scritto da bezzifer

Vita e morte di Giovanni Falcone, 25 anni dopo la strage di Capaci.È un pomeriggio caldo, di luce violenta. Un sabato italiano del 1992. La terra trema, sembra una scossa di terremoto. Ma è una carica di cinquecento chili d’esplosivo che ingoia Giovanni Falcone, al km 4+773 dell’autostrada che corre dall’aeroporto fino alla città. Allo svincolo di Capaci, prima della grande curva.

Capaci, 25 anni dopo: vita e morte di Falcone

Falcone voleva vivere e i suoi nemici non erano solo i mafiosi.Uno dei principali motori dell’ostilità contro il magistrato, che nella vita collezionò tante sconfitte, fu l’invidia. Contro di lui giochi di potere e strumentalizzazioni .

A venticinque anni dalla strage di Capaci un bel libro di Giovani Bianconi, cronista di razza del Corriere della Sera (“L’Assedio”, sottotitolo : “Troppi nemici per Giovanni Falcone”, Einaudi Stile Libero Extra), ci restituisce la complessità della figura del magistrato diventato l’icona della lotta alla mafia. Una complessità che dovrebbe scoraggiare chiunque dallo strumentalizzazione della sua figura e della sua opera al fine di piegarle a una contingente polemica. Falcone fu attaccato ora da destra ora da sinistra.

Fu, il suo, un cammino irto di difficoltà, perché fece crollare il muro di indifferenza, incompetenza e complicità che ha consentito a Cosa Nostra di diventare qualcosa di molto diverso da una semplice organizzazione criminale.

Quando Falcone arriva a Palermo, la sua prima inchiesta importante svela la nuova geografia del potere mafioso, con i corleonesi di Totò Riina all’assalto della vecchia aristocrazia mafiosa: traffico di droga, riciclaggio, connessioni con il sistema bancario e con il potere politico, tutto cambia di mano. I corleonesi non usano il guanto di velluto, cadono i boss della mafia perdente, ma anche  gli uomini con i quali Falcone lavora: Gaetano Costa, Rocco Chinnici, Calogero Zucchetto, Ninni Cassarà. E altri uomini delle istituzioni: Cesare Terranova, Piersanti Mattarella, Emanuele Basile, Pio la Torre, Carlo Alberto Dalla Chiesa.

Da lì parte la strada che porterà al pentimento del boss Tommaso Buscetta e al maxi-processo.

Per la prima volta la mafia viene descritta come un’organizzazione unitaria, governata da una “cupola” che decide le strategie e gli omicidi politici. Per la vecchia aristocrazia mafiosa l’omicidio politico è una extrema ratio: vi si fa ricorso solo quando non si può fare altro. Per i corleonesi è invece il modo di affermare un potere assoluto che (si capirà dopo con l’omicidio di Salvo Lima) non esita a togliere di mezzo, oltre che gli uomini delle istituzioni che, spesso isolati, li combattono, anche  i vecchi amici diventati inutili. “Cosa Nostra – afferma- è autonoma rispetto alla politica. Il rapporto è alla pari, in diverse occasioni di superiorità del boss sul colletto bianco”. Non nega i rapporti tra mafia e politica, ma vede che mentre prima la mafia accettava di obbedire alla politica, ora vuole mettersi al posto di comando.

Falcone comprende questo mutamento, anche grazie agli input di magistrati come Gaetano Costa e Rocco Chinnici, ma fa un salto: modifica i metodi di indagine. Non si ferma agli esecutori materiali degli omicidi di mafia, cerca i flussi di denaro del traffico di droga che passano attraverso le banche siciliane e di qui le connessioni con pezzi della classe dirigente dell’isola. Dopo la confessione di Tommaso Buscetta comprende l’unitarietà del fenomeno mafioso e sviluppa, con l’appoggio di Antonino Caponnetto, un metodo di indagine coordinato: se la mafia ha un vertice unico che decide tutto, occorre una mente investigativa che sappia collegare i singoli eventi criminosi.  E così nasce il pool antimafia, che concentra e coordina le indagini sui delitti mafiosi.

Fino a quel momento, consiglio la lettura del libro di Peppino Di Lello (“Giudici”, Sellerio) uno dei membri del pool, ogni singolo delitto veniva letto separatamente e veniva negata l’esistenza di una centrale di comando unica.  Il che portava a una serie di assoluzioni a raffica per “insufficienza di prove”. Ciò vuol dire che Falcone costruiva teoremi giudiziari a prescindere dalle prove? Nient’affatto, perché egli cercava minuziosamente le prove: conti bancari, dichiarazioni dei pentiti attentamente verificate e giudicate utilizzabili sono in presenza di riscontri.   In questa fase, ci ricorda Bianconi, i suoi principali avversari furono all’interno del palazzo di giustizia palermitano e in quelle forze politiche di governo (Dc e Psi) che vedevano loro esponenti coinvolti nelle indagini: lo consideravano un “giudice sceriffo”, uno che non andava tanto per il sottile sulle regole. Allora fu difeso da un largo fronte antimafia che coinvolgeva il Pds, la Rete di Leoluca Orlando, primo sindaco antimafia di Palermo, i movimenti antimafia della società civile.

I suoi avversari, anzitutto dentro la magistratura, contrastano questa impostazione, alcuni perché pensano che tale metodo violi le garanzie, altri perché adagiati nell’antica logica del “contenimento” del fenomeno mafioso, tipico di un sistema che aveva imparato a convivere con la mafia. Peccato che la nuova mafia dei corleonesi non voleva convivere, ma prendere il bastone del comando. È questo che Falcone capisce. Era stato il primo a mettere per iscritto,  parlando dei  grandi delitti politico-mafiosi,  che Cosa Nostra aveva compiuto un salto di qualità e che, dopo aver decapitato negli anni ’80 i vertici delle istituzioni siciliane che le si opponevano, stava alzando il livello della sfida. Aveva deciso di regolare con il tritolo i suoi conti con la politica. Di rompere l’antico patto di convivenza.

“Il giudice sceriffo”, “Il giudice protagonista”, “Ficcando il naso nelle banche  si uccide l’economia siciliana”. È questo il tono delle accuse rivolte a Giovanni Falcone nei primi anni ottanta. Vengono soprattutto dall’interno della magistratura palermitana, dove in troppi si sono adagiati  sul quieto vivere con la mafia – ignari che la nuova mafia dei corleonesi non intende convivere, ma comandare –  o complici.

È in questo momento, siamo nella seconda metà degli anni ottanta,  che viene l’attacco ai suoi metodi d’indagine, che viene bocciato in diverse occasioni dal Csm per ricoprire funzioni dirigenziali a Palermo e al suo posto vengono nominati magistrati che smantellano il pool, suddividendo e spezzettando le indagini, assegnandole a magistrati che non hanno alcuna esperienza di mafia.

In questa fase, ad attaccarlo sono, insieme a un pezzo del palazzo di giustizia palermitano, i partiti di governo, le cui classi dirigenti siciliane sono inquinate dalla complicità con la mafia.

Anche se gli mettono sopra capi che distruggono il metodo del lavoro del pool, Falcone accetta di restare e cerca un compromesso, nella convinzione che le cose possano essere cambiate solo dall’interno.   Nel frattempo, mentre il maxiprocesso da lui istruito ha decretato condanne per tutti i capi della cupola mafiosa, subisce un attentato nella sua villa al mare il cui fallimento, invece che far comprendere il livello cui era ormai giunto lo scontro, viene utilizzato dai suoi avversari per insinuare che si tratta di un “finto” attentato, costruito per puntellare la posizione del giudice ormai isolato nel palazzo di giustizia palermitano.

Ed è in questa fase che la sua scelta di restare, malgrado le difficoltà, rovescia il quadro degli schieramenti. Incrimina il pentito Pellegritti che accusa Salvo Lima (il proconsole di Andreotti in Sicilia) di essere il mandante dell’omicidio Mattarella, perché non trova riscontri alle sue accuse. E viene accusato da Leoluca Orlando di “tenere nei cassetti le prove” delle complicità politico-istituzionali con la mafia.

Falcone pensava che non bastasse una ricostruzione storica, per quanto suggestiva, a mettere sotto accusa questo o quel politico. Sapeva, dunque, di dover inoltrarsi su quel terreno minato, ma non si spingeva oltre quanto gli consentissero gli strumenti dell’azione penale, perché sapeva che un’accusa non sorretta dalle prove avrebbe santificato l’accusato.

Poi, dopo il fallimento della sua candidatura al Csm, accetta la proposta del ministro di Grazia e Giustizia, il socialista Claudio Martelli, di diventare il direttore dell’ufficio affari penali del ministero. Pensa che da lì possa fare quel che non gli è più consentito di fare con le indagini e immagina di trasferire, a livello di politica penale, le sue competenze nella lotta alla mafia. Elabora quindi l’idea della Superprocura antimafia, che viene però contrastata, soprattutto dai suoi vecchi sostenitori di sinistra, i quali temono che, attraverso di essa, possa passare la logica del controllo da parte del governo dell’attività della magistratura.

Non è questa la sua intenzione, ma nel fuoco dello scontro politico diventa il bersaglio di una lotta che lo travalica. Le parti si rovesciano: chi lo considerava prima “uno sceriffo”, ora lo considera un eroe e chi prima vedeva in lui l’integerrimo paladino antimafia ora lo vede come un uomo del governo nemico dell’indipendenza della magistratura (era il governo Andreotti).

Lui va avanti per la sua strada, perché sa che Cosa Nostra ha lanciato una sfida che richiede una diversa organizzazione della lotta antimafia e pensa che l’incrinatura del rapporto tra la mafia e i suoi vecchi referenti può aprire spazi nei quali inserirsi per sconfiggere l’offensiva mafiosa.

La posta in gioco è la conferma in cassazione delle condanne del maxi-processo. L’Assassinio di Antonino Scopelliti, che avrebbe dovuto sostenere l’accusa, dimostra quanto Cosa Nostra tenga a quel processo. Siamo nel 1991. Quando le condanne vengono confermate, Totò Riina decide che è ora di “rompere le corna allo stato”. Progetta di assassinare Falcone a Roma, ma è complicato. Nel marzo dell’anno successivo, il 1992, viene assassinato Salvo Lima, che non aveva mantenuto le promesse di aggiustamento del maxi-processo. Falcone capisce che il messaggio è devastante: tolti di mezzo i mediatori, poi toccherà ai nemici di Cosa Nostra. E lui è il primo della lista.

Cominciano alcuni mesi di attività febbrile, che Giovanni Bianconi ricostruisce nel suo libro “L’Assedio” (Einaudi Stile Libero Extra) restituendoci tutta la drammaticità di quei momenti. Istituita tra le polemiche la Superprocura antimafia, Falcone non si fa illusioni sul fatto che la sua candidatura possa passare, come  confida a un cronista di Repubblica, Giovanni Marino: “Inutile farsi illusioni, non credo che sarò io il superprocuratore. Ma non mi importa granchè. Quello a cui tengo veramente è che la Direzione nazionale antimafia entri al più presto in funzione…Cosa Nostra delinque senza soste, mentre noi litighiamo senza soste”.

È una specie di corsa contro il tempo. Ma tempo non c’è n’è più. E così il 23 maggio, a Capaci, la sentenza viene eseguita.

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