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Blog di bezzifer

Una delle grosse trappole tese dal capitalismo è stata far confondere la globalizzazione economico/finanaziaria con l’internazionalismo

10 Aprile 2017 , Scritto da bezzifer

Di cui invece abbiamo bisogno ora più che mai. E che la “sinistra” ha smesso di riconoscere come un proprio obiettivo (l’ultima volta che ho sentito parlare di internazionalismo proletario erano forse gli anni ‘70). Ma questo deve restare un obiettivo. Anzi, l’obiettivo. Sono convinto che solo riconoscendo che alla radice delle disuguaglianze e delle guerre che generano tutti i disastri di questa nostra epoca c’è una causa unica può permetterci di pensare a una via d’uscita comune. Perché da questo punto di vista siamo davvero tutti su una stessa barca: migranti siriani, afgani, messicani, africani, popoli dell’Africa e dell’Asia a cui vengono sottratte le terre con il land grabbing, sudamericani che stanno ridiventando gli ospiti poco graditi del giardino di casa degli USA, greci, italiani – anche tedeschi! ¬¬– insomma, il famoso 99%, siamo tutti vittime di un medesimo carnefice: il capitalismo, che ormai ha mostrato la corda, è arrivato a fine corsa, ha esaurito tutte le sue carte e la spinta propulsiva. Come peraltro ci si doveva aspettare: un sitema economico basato su crescita e consumi infiniti in un mondo finito non può resistere a lungo, dovrebbe essere ovvio se si usasse un po’ di logica, no? (e in effetti, 40 anni fa qualcuno già parlava di “limiti dello sviluppo”, e chi lo sostenne fu etichettato come una cassandra).
Ma prima di morire, il capitalismo finanziario senza confini (quello che gestisce un patrimonio che vale 9 volte il PIL mondiale, il che già di per sé sa di illogicità) cerca di arraffare tutto quello che può, passando come uno schiacciasassi su interi stati, lasciandosi dietro schiere di morti (per le bombe, i disastri innescati dai cambiamenti climatici, i viaggi dei disperati che solcano il mare nella speranza di poter vivere e che troppo spesso in mare muoiono, la fame…).
Ora, se al mondo esistesse ancora un po’ di semplice buon senso e magari si facesse tesoro di quello che svariate centinaia di anni di storia documentata ci dovrebbero avere insegnato (la politica del “divide et impera”, per cominciare) allora si capirebbe che occorre uscire da questo sistema economico al più presto, che i singoli individui che compongono il 99% devono coalizzarsi contro l’1% invece di farsi la guerra tra di loro. Le armi ci sono, e non sparano proiettili. Basterebbe affamare la piovra togliendogli i soldi. Semplicistico? Forse. Ma razionale, credo.
Io non capisco di finanza, ma ho una certa familiarità con i conti di casa e quelli di una piccola impresa. E mi chiedo che succederebbe se, sullo stile dei boicottaggi dei consumatori, improvvisamente, non dico il 90%, ma anche solo il 50% dei conti bancari venissero chiusi; se la gente si rifiutasse si alimentare i fondi pensione. Con che cosa giocherebbe la finanza? Non sono stupida, non credo sia realizzabile un boicottaggio di questo livello, ma il punto è capire che possiamo avere le nostre armi. Che nulla è eterno e che la fine del capitalismo non sarebbe la fine del mondo, come vorrebbero farci credere. Un altro mondo è possibile? Sì. Ma bisogna capire su quali basi costruirlo e con chi.
Certo, prima occorre che la gente prenda coscienza, e non è affatto cosa semplice dopo decenni di egemonia individualistica. Questo – diffondere una diversa idea del futuro, far prendere coscienza – una volta era compito precipuo della sinistra, quando ancora stava nei quartieri, “tra le masse”, e non seduta nei salottini dei talk show. E questo dovrebbe riprendere a fare, invece di sprecare tempo ed energie per dividersi in mille rivoli tanto inconsistenti quanto inutili.

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