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Blog di bezzifer

Per la sinistra europea e italiana c’è ancora tanto da imparare

28 Aprile 2017 , Scritto da bezzifer

Gramsci-2

Tanto cresce la figura di Antonio Gramsci nel mondo degli studiosi, tanto stenta quella stessa figura ad essere presente nella discussione politica e nel dibattito pubblico. Strano destino, quello del pensatore forse più grande e più complesso dell’Italia del Novecento (di cui ricorre l’ottantesimo anniversario della morte, 27 aprile 1037): tanto più strano, se si pensa che tanta gente – a vario titolo – s’intesta Gramsci magari senza averne letto un rigo e dunque se ne parla tanto anche sui social.

Da anni la “fortuna” del pensatore sardo aumenta a dismisura, anche e soprattutto all’estero, nel mondo intellettuale. Le iniziative culturali si moltiplicano (da leggere Annalisa Bottani su Ytali.it), le pubblicazioni non si contano. E’ in corso un lavoro enorme da parte della Fondazione Gramsci per l’Edizione nazionale degli scritti, mentre “l’intera edizione critica dei Quaderni sarà ultimata – ha detto il direttore della Fondazione Francesco Giasi – nel 2020″.

Già, perché Gramsci è una vera miniera. Nessun pensatore, almeno italiano, rivela col passare del tempo una tale e tanta massa di pensieri continuamente da riscoprire e re-interpetare. A maggior ragione che si tratta di una mole inevitabilmente di teoria “disorganica” – non è cioè possibile parlare di “gramscismo”, come rilevò già tanti anni fa Valentino Gerratana, né di un corpus dottrinario magari adoperabile per costruire una “teoria di partito”.

Soprattutto, non c’è “un” depositario di Gramsci. Il Pci ne fu per anni l’erede morale e culturale, con tutte le forzature che sappiamo, ma era in fondo naturale che così fosse. Tanti anni dopo la domanda è: di chi è Gramsci? Facile la risposta: di tutti.

Di tutti, già. Ma certo l’area che più ha interesse a leggere, o rileggere, Antonio Gramsci non può che essere la sinistra. Nel mondo, in Europa. E in Italia. La sinistra italiana sempre in cerca di brandelli di teoria politica da mettere a frutto.

E allora perché Luca Mastrantonio sul Corriere della Sera scrive che “il Pd, che pure dal Pci discende, ha di fatto rottamato il filosofo comunista, dilapidandone parte dell’eredità: basti pensare all’Unità; e fa tardivi appelli alla ‘battaglia per l’egemonia culturale’, come Tommaso Nannicini, al congresso Pd del Lingotto: è stato sottosegretario di un governo (Renzi) che su scuola, bonus cultura e Rai non ha certo trionfato”?

L’appunto è chiaramente polemico e volutamente paradossale: che si possa costruire un’egemonia culturale attraverso una riforma della scuola è idea che poteva calzare per Giovanni Gentile 80 anni fa. Oggi è chiaro che non lo pensa nessuno. Da decenni, la sinistra italiana ha smesso di pensare che un governo potesse cambiare gli uomini.

Ma “rottamare Gramsci” non si può. Anche se lo si volesse. Se c’è un pensatore che ancora oggi può gettare luce sulle connessioni fra la storia e la mentalità italiane e i compiti di un’azione trasformatrice della realtà questi è Gramsci. Un uomo che nel chiuso di una cella arrivò a comprendere – per dire – i nessi, ancora embrionali, fra nazionalizzazione della politica e mondializzazione dell’economia (mi pare, Quaderno 15 del 1933), tema così attuale e sconvolgente.

E’ altresì evidente che tante categorie gramsciane, molte delle quali orecchiate distrattamente – “guerra di posizione”, “moderno Principe”, “intellettuale organico” – sono in disuso. Più utile è invece entrare nel vivo del rapporto fra Gramsci e il Novecento, scoprendo magari che del secolo breve restano più vitali i Quaderni di tante altre culture magari più “facili”; o l’aspetto “morale” dell’azione politica che egli inscrisse nel compito riformatore.

E si potrebbe continuare. Di certo, la politica italiana, il riformismo italiano ha molto bisogno di guardare dentro quelle pagine oggi più di ieri, proprio perché oggi mancano strumenti e idee forti: e in Antonio Gramsci ci sono gli une le altre, eccome se ci sono, e vitali.

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