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Blog di bezzifer

L’analisi del giornalista Riccardo Cristiano, autore del libro “Siria, l’ultimo genocidio”

5 Aprile 2017 , Scritto da bezzifer

Durante la fase finale del recentissimo assedio di Aleppo, per conquistarla, l’esercito siriano ha usato otto volte il gas di cloro. Lo ha denunciato così Human Rights Watch: “Il tracciato seguito dagli attacchi con impiego di gas di cloro dimostra che essi erano coordinati con gli strateghi dell’operazione militare tesa a riprendere il controllo di Aleppo, non l’opera di alcuni elementi isolati”, si afferma nel documento, che specifica come il gas di cloro è stato usato il 18 novembre mattina nel distretto di Masaken Hanano, il 20 novembre mattina nel distretto di al-Sakhour, il 20 novembre pomeriggio nel distretto di Tariq al-Bab, il 22 novembre pomeriggio nei distretti di Karm al-Qaterji, Daheert Awwad e Karm al-Jazmati, il 23 novembre sera nel distretto di Karm al-Jazmati, il 28 novembre pomeriggio nei distretti di Karm al-Qaterji e di Qadi Askar, l’8 dicembre pomeriggio nei distretti di al-Fardous, Maghayer e Kallaseh, il 9 dicembre sera nel distretto di Kallaseh.

Le Nazioni Unite poi hanno ricevuto denuncia dei seguenti “incidenti” chimici: Salquin -17 Ottobre 2012; Homs -23 Dicembre 2012; Darayya -13 Marzo 2013; Otaybah -19 Marzo 2013; Khan el-Asal-19 Marzo 2013; Adra -24 Marzo 2013; Darayya -25 Aprile 2013; Saraqueb -29 Aprile 2013; Sheik Maqsood -13 Aprile 2013; Jobar -12-14 Aprile 2013; Qasr Abu Samrah -14 Maggio 2013; Adra -23 Maggio 2013; Ghouta, 21 Agosto 2013; Bahhariyeh- 22 Agosto 2013; Jobar – 24 Agosto 2013; Ashrafiah Sahnaya- 25 Agosto 2013. Le responsabilità accertate dicono che due “incidenti” sono stati provocati dall’esercito siriano, uno dall’Isis. Secondo un rapporto del network siriano per i diritti umani, sarebbero invece 139 gli attacchi chimici compiuti, prima della conquista di Aleppo, dal giorno dell’attacco alla capitale nella Ghouta orientale: 136 sarebbero stati compiuti dal governo di Damasco e 3 dall’Isis.

La sorpresa di queste ore è dunque la vera sorpresa. E anche per quanto riguarda il luogo dove le forze armate di Bashar al Assad hanno voluto perpetrare questo ennesimo crimine è difficile capire come sorprendersi. Era il 27 dicembre dello scorso anno quando Thierry Messiyan, felicissimo per la liberazione di Aleppo, dal suo ufficio che si presume sia nella Beirut-sud controllata da Hezbollah scriveva sul sito dell’ideologia “rossobruna”, Voltairent: “La liberazione della Siria dovrebbe continuare a Idlib. Questo governatorato è ora occupato da una serie di gruppi jihadisti, senza comando comune. […] Per sconfiggerli occorrerebbe dapprima tagliare le vie di rifornimento”. Missione compiuta, si potrebbe dire. Più difficile è capire come sia potuta passare tanto a lungo sotto silenzio la scelta di mandare proprio ad Idlib la popolazione, o ampia parte di esse, deportata da Aleppo. Chi non è stato internato o ucciso dopo l’operazione di Aleppo è infatti stato “accompagnato”, si direbbe con il consenso internazionale, proprio nella Idlib che Messiyan indicava come il next-target.

Messyian è l’ideologo di quella enorme rete transculturale che è arrivato a scrivere: “Dopo il ritiro di Fidel Castro, la morte di Hugo Chávez e il divieto imposto a Mahmoud Ahmadinejad di presentare un candidato alle elezioni presidenziali iraniane, il movimento rivoluzionario non ha più un leader mondiale. O meglio, non ne aveva più. Tuttavia, l’incredibile tenacia e sangue freddo di Bashar al-Assad ha fatto di lui il solo capo di un Esecutivo al mondo che sia sopravvissuto a un attacco concertato di una vasta coalizione coloniale guidata da Washington, e che sia stato largamente rieletto dal suo popolo”. C’è l’uso sapiente di molte perversioni ideologiche in questa una mega-perversione trasversale insieme alla “teologia della geopolitica sovietica” che in molti casi spinge a ritenere che Mosca e i suoi alleati “laici” panarabisti abbiano sempre ragione, anche se l’unione sovietica non c’è più.

Ma è il genocidio armeno che ci aiuta a capire questo secolo tremendo, cominciato nel 1915 con il genocidio degli armeni e giusto oggi, nel 1917, a potersi far definire “il secolo lungo dei genocidi”. Innanzitutto si tratta di genocidi? Erano programmati, pianificati? Ma per quale motivo i Giovani Turchi decisero di eliminare tutti gli armeni dallo spazio anatolico? Lo storico Charles King ha risposto così: “I funzionari del governo ottomano erano determinati a smascherare qualsiasi quinta colonna (o presunta tale) che vedesse con favore gli obiettivi territoriali degli Alleati. Nell’Anatolia orientale unità dell’esercito e milizie irregolari organizzarono la deportazione di interi villaggi armeni e di altri cristiani ritenuti potenzialmente fedeli alla Russia”. Da allora i regimi hanno fatto della repressione un’ideologia “totale”, tacciando ogni dissidente di essere “una quinta colonna” dei nemici della nazione; in questo il genocidio degli armeni, per difendersi da “quinte colonne” delle mire espansioniste russe, ha aperto un’éra.

Le quinte colonne si sono viste ovunque: tra i palestinesi dei campi profughi in Libano, trucidati all’inizio della guerra civile libanese dai siriani a Tell al Zataar (1976); in Siria le quinte colonne sono state viste annidarsi tra i fratelli musulmani arroccati ad Hama (1982), il regime, minando l’intero centro cittadino, lo fece crollare su un numero imprecisato di sepolti vivi, forse 10mila, forse 50mila, forse ancora di più. In Iraq le quinte colonne sono state viste tra i curdi, sterminati da Saddam Hussein con i gas ad Halabja (1988), durante il conflitto con l’Iran. Quello dei sunniti siriani è l’ultimo devastante “genocidio difensivo”. Davanti al timore iraniano-siriano (sciita) di un’avanzata saudita (sunnita) nel Levante, isolando l’Iran nel suo spazio centroasiatico, il regime filo-iraniano di Assad con il sostegno dei gruppi khomeinisti ha preso la decisione: “Uccidiamo tutte le loro possibili quinte colonne”, cioè i sunniti. Proprio come avevano fatto i militari turchi con gli armeni.

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