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Blog di bezzifer

Il pregiudizio oscura le differenza fra il governo Letta e quello Gentiloni

14 Aprile 2017 , Scritto da bezzifer

È difficile capire da dove nasca il saldo pregiudizio di Massimo Giannini verso Matteo Renzi.

Sta di fatto che oggi quel pregiudizio esonda copiosamente, coinvolgendo l’intero Partito Democratico e la sua imperdonabile pretesa di affidare a iscritti ed elettori la scelta del prossimo segretario.

Secondo Giannini i “gazebo democratici” avrebbero “da troppo tempo imprigionato l’intero Paese”, e quando il primo maggio Renzi “si dichiarerà ‘trionfatore” alle primarie, fosse solo per un voto di vantaggio su Orlando ed Emiliano” è altamente probabile che scatti “l’ora del fatidico #paolostaisereno”. Dove Paolo è naturalmente Paolo Gentiloni, e dove la convinzione dell’editorialista di Repubblica è che le primarie del PD siano un gioco delle parti utile solo a scatenare l’irrefrenabile desiderio di Renzi di affondare il governo di Gentiloni per provare a tornare su quella sella da cui era volontariamente smontato la sera del 4 dicembre.

Non dovrebbe essere complicato per Giannini, da sempre molto attento alle fonti, cogliere tutte le differenze che separano il caso del governo Letta da quello presieduto da Paolo Gentiloni. La vitalità delle leggende è del tutto legittima, ma la verità dei fatti è tutt’altra cosa. E i fatti, notoriamente tenaci, dicono che l’esperienza del governo Letta non si concluse per una congiura ordita al grido di #enricostaisereno ma per una decisione politica assunta con trasparenza dal Partito Democratico (peraltro a larghissima maggioranza: la Direzione PD del 13 febbraio 2014 che portò alle dimissioni di Letta registrò 16 voti contrari e 136 favorevoli, compresi quelli della minoranza bersaniana).

Ma il pregiudizio di Giannini è ugualmente fragile quando raffigura l’esecutivo Gentiloni come “un governo amico” a trazione tecnica a cui il PD non vedrebbe l’ora di staccare la spina.

Anche in questo caso qualche ricorso alle fonti non avrebbe fatto male, anche solo per cogliere l’enorme distanza che ci separa dal contesto, dalle forme, dalle dinamiche che accompagnarono la vita del governo Monti e le scelte di tutti i partiti che lo sostennero.

Così come per ricordarsi del tratto profondamente politico del governo Gentiloni, verso il quale il Partito Democratico ha assunto una piena responsabilità pubblica e parlamentare che può essere negata solo fasciandosi occhi e orecchi, e la cui navigazione è semmai minacciata dal desiderio di visibilità di chi ha voluto uscire dal PD prima dell’avvio delle primarie.

Ma si sa che la forza del pregiudizio è spesso più forte di qualsiasi evidenza documentale.

E forse il fantasma del “governo tecnico”, esaurita la spinta polemica della sconfitta del 4 dicembre, serve oggi a non arrendersi di fronte all’evidenza di un partito che ha deciso di ripartire discutendo apertamente di sé e dell’Italia, affidando la discussione a centinaia di migliaia di iscritti e milioni di cittadini e scommettendo ancora una volta su quella contendibilità politica che alcuni commentatori vivono come un’intollerabile minaccia alle proprie consolidate credenze.

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