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Blog di bezzifer

Tra euforia e preoccupazione: come ha reagito l’Europa dopo la notifica formale al presidente del Consiglio europeo dell’attivazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona da parte del Regno Unito

30 Marzo 2017 , Scritto da bezzifer

Brexit, il giorno dopo. Quanto ci metterà Londra a pentirsi?.

“È una giornata storica, ma per la ragione sbagliata: un Paese membro ha deciso di lasciare l’Unione e io sono profondamente triste”. Così, in un colloquio con il Corriere della Sera, il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, commenta la notifica formale al presidente del Consiglio europeo Donald Tusk dell’attivazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona da parte del Regno Unito. “Negozieremo in modo fermo, aperto, onesto, saremo disponibili ad ascoltare le ragioni dell’altra parte, ma non saremo ingenui”, sottolinea Juncker.

ImmagineE’ il giorno dopo. La Brexit è diventata realtà: alcuni sono ancora sotto shock, altri continuano a festeggiare. In tutta Europa regna l’incertezza. E se ieri Donald Tusk si era lasciato sfuggire un romantico “Ci mancate già”, oggi è il momento per mettere nero su bianco alcuni condizioni su cui non si può transigere. Sarà un lavoro lungo e complicato ma necessario. Tra gli europei sembra prevalere una linea dura, chiara ed intransigente come si evince dalle parole del presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, intervistato da Repubblica: “Ci auguriamo che le trattative vadano in porto e il Parlamento europeo possa esprimersi sull’accordo a inizio 2019″, dice Tajani. “E’ importante che si arrivi ad una intesa chiara che dopo la Brexit consenta di mantenere buoni rapporti tra l’Unione e il Regno Unito, ad esempio su lotta a terrorismo e difesa, ma è chiaro che questo dipende anche dall’atteggiamento della controparte”.

ImmagineLa controparte, nella persona di Theresa May, sembra avere un atteggiamento ambivalente: in patria fa la dura (“Faremo di Brexit un’opportunità per costruire una Gran Bretagna più forte, più equa, un Paese che i nostri figli e i nostri nipoti saranno fieri di chiamare casa) mentre con l’Europa sembra essere più accomodante (“Stiamo lasciando l’Unione Europea, non l’Europa, e vogliamo continuare a essere partner affidabili e alleati responsabili per l’Italia e per tutti i nostri amici dell’intero continente”). Che si sia accorta che, al di là della propaganda, il Regno Unito sta davvero rischiando molto, forse più di quello che pensa?

Pesa, come conseguenza della Brexit, il referendum approvato ieri dal Parlamento scozzese per chiedere l’indipendenza che potrebbe smembrare, per la prima volta nella sua storia, la Gran Bretagna. Ma i danni più grandi sono a livello economico. Così almeno ci dicono i numeri realizzati per il Parlamento europeo del Ceps, il think tank di Bruxelles dell’economista Daniel Gros, secondo cui mentre “per i 27 le perdite sono per lo più irrisorie e difficili da aggregare, per il Regno Unito sono davvero importanti, dieci volte maggiori in percentuale sul Pil”. In parole povere la Brexit potrebbe costare fino allo 0,75% annuo per l’Uk e circa mezzo punto in dieci anni per i 27 che restano uniti, con qualche differenza tra di essi, e perdite maggiori per i Paesi più prossimi a Londra, come Irlanda e Olanda.

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