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Blog di bezzifer

Ma perchè il governo non elimina i voucher? Risparmieremo i soldi per il referendum con il 2% delle ore lavorate di lavoro nero in più.Ma senza I voucher, la CGIL, come se li paga I dipendenti?? Ritorna al nero? Evvai..

15 Marzo 2017 , Scritto da bezzifer

IL GOVERNO FISSA LA DATA DEL REFERENDUM MA PROVA A SGONFIARLO.

In ogni caso no all’election day chiesto da Emiliano, gli ex Pd e la Cgil.

REFERENDUM VOUCHER

Referendum inutile. Pagliacciata italiana per far decidere ad una cittadinanza impossibile da informare adeguatamente come regolamentare il mercato del lavoro, tematica che da decenni divide tutti gli esperti di ogni colore e/o provenienza politica.
Come nel referendum dello scorso anno, altrettanto inutile se non dannoso per i soldi che ha spolpato dalle casse pubbliche, trionferanno l’analfabetismo funzionale e la strumentalizzazione politica.Insomma le solite ciance da Italietta!

I soliti ignoranti che vogliono dire la sua su argomenti che non conoscono. D’altra parte se a leggiferare vogliono sono esperti come Salvini o Di Maio anche l’gnoranza popolare ha diritto ad esprimersi.

1) eliminare i voucher significa aumentare il lavoro nero
2) eliminare i voucher non significa eliminare la precarietà
3) i voucher con renzi non ci azzeccano NIENTE: sono stati introdotti da Monti (votati dalla sinistraPD) anzi è stato renzi a mettere dei limiti all’utilizzo,è l’ennesimo sperpero di denaro pubblico per far propaganda politica ai sindacati e ai politici

Ne uccide più il referendum che la politica.
Il Vecchio Continente, invecchiando, ha perso la calma e la saggezza. Dovunque, in un assurdo “tutti contro tutti”, si affrontano, spesso con spade di cartone, le squadriglie dei “favorevoli” e dei “contrari”. Quando il cartone delle spade viene sostituito da un termine diabolico, un gerundivo ereditato dal latino di Catone, ecco che si diffonde a tutti i livelli un insana eccitazione. Quel termine si chiama “referendum”, e solo al pronunciarlo i rappresentanti della politica vanno in erezione. Nella maggioranza dei casi il quesito rivolto al pubblico si limita alla scelta tra un “Si” e un “No”, e questa semplice alternativa impone al promotore della pubblica consultazione una perfetta impostazione della domanda, che potrebbe essere, in malafede, addirittura fuorviante, inducendo a votare per la risposta più attesa. Di referendum anche in casa nostra ne abbiamo visti non pochi. E quello decisamente più importante è stato vissuto dal sottoscritto con trepidazione adolescenziale.  Altro fatto importante: in quella occasione le donne ebbero accesso al voto, e forse questa novità modificò ulteriormente il divario. Il 4 dicembre scorso l’ultimo nostro referendum ha sancito la caduta del governo di Matteo Renzi. E sei mesi prima gli inglesi avevano registrato, con la vittoria della Brexit, l’addio dell’Unione Britannica all’Europa. Visto che nel succedersi di queste esibizioni elettorali i risultati sono spesso contrari alle attese di coloro che le promuovono, oggi il “referendum” viene brandito come un arma d’assalto, stretta nel pugno dei guastatori di turno. Ora ti faccio un referendum, minaccia in Italia la Camusso, e ti cancello il “voucher”. E nel mondo politico parte l’eccitazione collettiva. Persino il decrepito Bersani e il meschino Speranza si aggrappano al gerundivo. Altrove va molto peggio: la Grande Unione Britannica rischia di andare in pezzi. Perfino il prudente “Economist” avvertiva, alla vigilia della prova, il rischio che si passasse dalla “Great Britain alla ”Little England”. E non si trattava di scegliere sul “voucher”, quel foglietto inventato anni addietro dalla sinistra del PD, la stessa che, una volta uscita dal partito, ha deciso di cancellarlo. Con un nuovo “referendum”, ovviamente. Siamo sempre in lotta, nel nostro Bel Paese. Pensiamo alle fesserie, evitando di dedicarci, come dovremmo, agli italiani che hanno fame.

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