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Blog di bezzifer

La scorciatoia giudiziaria contro i Cinque Stelle non porta da nessuna parte ed é sbagliata.

15 Gennaio 2017 , Scritto da bezzifer

La tentazione è vecchia come la cattiva politica: far fuori nelle aule giudiziarie l’avversario che altrove sembra imbattibile. Ma, ammettiamolo, mai come stavolta pare alimentata da plausibili dati di fatto. Tutta l’impalcatura normativa del Movimento Cinque Stelle è sotto scrutinio in questi giorni. Addirittura in queste ore, visto che il Tribunale civile di Roma sta pronunciandosi su un’istanza (di un avvocato pd) che coinvolge persino Virginia Raggi e il suo titolo a essere sindaca della Capitale, poiché in questione viene posto il controverso contratto che la Raggi sottoscrisse prima delle elezioni con la Casaleggio associati, sottomettendosi a una penale di 150 mila euro in caso di rottura coi suoi capi (non i cittadini romani, ma Grillo e lo staff). È un’onda lunga, forse inevitabile. Dal famoso non-Statuto al Codice etico, dal recente Codice di comportamento per gli amministratori indagati alle espulsioni di reprobi e ribelli, tutto è oggetto di esposti e ricorsi e, dunque, soggetto alla revisione del potere togato.

Il punto centrale è assai semplice e attiene alla natura stessa della nostra democrazia. Vediamolo. Pur in assenza di una legge sui partiti (colpevolmente mai realizzata dai Parlamenti che si sono fin qui succeduti) i congegni della catena di comando e della formazione delle élite del Movimento sembrano scontrarsi in senso lato con l’intero impianto normativo di una democrazia liberale, con il codice civile e coi principi della nostra Costituzione. C’è chi denuncia una truffa all’elettorato: la finzione web del dibattito orizzontale («uno vale uno») che nasconde l’imperio del capo assoluto. Siamo in realtà alla variante italica di una malattia diffusa in tutto l’Occidente: la crisi dei sistemi rappresentativi, che spinge i cittadini verso la chimera del rapporto diretto col leader e che si traduce ovviamente in nessun rapporto e, dunque, nella piena acquiescenza ai voleri del leader medesimo.

Il cuore del problema è il divieto di mandato imperativo, sancito dall’articolo 67 della nostra Carta. L’eletto, una volta eletto, non può essere preso per un orecchio e ricondotto al capriccio del suo boss. Un principio che ispira la democrazia rappresentativa da più di due secoli. Ma il tempo logora. Così, quando Edmund Burke spiegò nel 1774 ai suoi elettori di Bristol che il Parlamento «non è un congresso di ambasciatori di opposti e ostili interessi» e di conseguenza gli eletti, rappresentando l’intera nazione, non andavano sottoposti a vincolo di mandato, tutti ne colsero l’afflato alto e nobile. Ma quando, 239 anni dopo, Tonino Razzi, eletto tra i dipietristi, spiegò la conversione al berlusconismo con la necessità di pagare il mutuo, molti sospettarono che i sacri principi fossero ormai acqua passata. E mica solo per il povero Razzi. Open Polis certifica che in questa legislatura i cambi di casacca sono stati 388, con una media di 9 al mese (doppia rispetto alla legislatura precedente) difficile da attribuire sempre a laceranti riflessioni favorite dalla libertà di mandato.

Legalità e Costituzione in questo caso non vanno a braccetto col sentire comune. E i partiti liberali o riformisti, Pd in primis, farebbero un grave errore nel sottovalutare la nausea che spinge la gente a collocare ancora il M5S al primo posto nei sondaggi nonostante scandali e gaffe, e in barba alla manifesta incapacità mostrata a Roma. Non sarà qualche pronunciamento di tribunale a rimuovere il problema: i grillini sono il dito; il degrado della politica, che in Italia dura da decenni, è la luna. A quella sarà il caso di guardare, tenendoci stretto l’articolo 67 ma tornando a riempirlo della ragione per la quale fu pensato: il bene comune. Quand’anche Grillo e i suoi fossero banditi dalla Carta, gli italiani continueranno a chiederlo: disposti semmai a inseguire un altro pifferaio, magari più pericoloso e violento di un vecchio comico.

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