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Blog di bezzifer

L’allergia alle riforme che l'italiano non riesce a debellare.

17 Gennaio 2017 , Scritto da bezzifer

Ormai siamo oltre al Gattopardo: non più «tutto cambi perché tutto resti uguale» ma «tutto cambi perché tutto torni com’era un tempo».

L’implosione comincia dalle Province. Silvio Berlusconi era stato facile profeta. «Sono inutili», aveva sentenziato. Ma precisando: «Eliminare le Province, in Italia, non lo potrà mai fare nessuno». La profezia del Cavaliere si è ora avverata, con uno strascico singolare. Dopo il «No» al referendum che avrebbe cancellato dalla carta costituzionale la parola «Province», il suo partito ha deciso di ricorrere alla Consulta per ritornare all’elezione a suffragio universale dei consigli provinciali. Interpretando con questa iniziativa un sentimento non isolato. Tornare indietro è quello che si chiede a gran voce anche nel centrosinistra padre della riforma: per bocca, fra gli altri, del presidente della Provincia di Pescara Antonio di Marco, del Pd.

E qui, sotto la calda e rassicurante coperta del voto popolare, siamo oltre al Gattopardo: non più «tutto cambi perché tutto resti uguale» ma «tutto cambi perché tutto torni com’era un tempo». Dovevamo aspettarcelo, tuttavia. E certo non sarebbe sorprendente assistere a una nuova offensiva di chi vorrebbe addirittura moltiplicarle, le Province. Ma c’è di più. La resurrezione di quegli enti rappresenta una garanzia di sopravvivenza per un pezzo enorme di burocrazia statale. La dissoluzione delle Province avrebbe infatti finito per investire gli uffici periferici delle amministrazioni centrali. Provocando a regime, secondo un calcolo della Funzione pubblica, fino a 300 mila esuberi.

Il decreto che avrebbe ridisegnato la mappa delle cosiddette «aree vaste» era già pronto nei cassetti. Dalle attuali 109 le ex Province sarebbero state ridotte a non più di 60. Lo schema era stato studiato utilizzando come modello la Regione Piemonte guidata dall’ex sindaco di Torino Sergio Chiamparino.

E la scure si sarebbe abbattuta su 103 commissioni tributarie, 97 agenzie delle entrate, 93 ragionerie dello Stato, 83 agenzie delle dogane, 109 direzioni del lavoro, 109 archivi notarili, 108 branche del Consiglio nazionale delle ricerche, 106 prefetture, 103 questure, 102 comandi della Guardia di Finanza, 98 comandi forestali, 120 soprintendenze, 105 camere di conciliazione... Per non parlare delle società partecipate: basta dire che nella sola Città metropolitana di Genova operano 11 aziende pubbliche nel settore dello smaltimento dei rifiuti. Che cosa avrebbe impedito nel prossimo futuro di fonderle in una sola?

E qui si verifica un altro fenomeno. Capita infatti che la riscossa delle Province si saldi con il colpo mortale assestato dalla Corte costituzionale alla riforma della dirigenza pubblica tanto fermamente osteggiata dalla burocrazia. Con conseguenze a catena, che vanno però tutte quante in un’unica direzione.

La decisione della Consulta ha rincuorato i nostri mandarini, rendendoli ancora più spavaldi e sicuri di sé. Prova ne siano le peripezie della riforma delle società partecipate (ottomila, con oltre 26 mila quote di partecipazione sparse in giro per l’Italia) da Stato, Regioni, Province e Comuni. Durante uno degli ultimi Consigli dei ministri si è sfiorato l’incidente, con la ministra della Pubblica amministrazione Marianna Madia che sospettando di inerzia gli uffici del ministero dell’Economia ha fatto mettere a verbale la propria irritazione per i ritardi con cui se ne sta complicando seriamente l’entrata in vigore. Il fatto è che i provvedimenti attuativi sui compensi degli amministratori, la governance delle aziende e i piani straordinari di riordino dovevano essere predisposti dal Tesoro entro la fine del 2016, ma ancora non ce n’è traccia. Ed è solo un segnale, anche se estremamente significativo, di quello che sta accadendo nel corpaccione della pubblica amministrazione. Dove tutti i pezzi si stanno pian piano riposizionando nelle caselle originarie, ben ricomposti.

Con il decreto sulla dirigenza, impossibile da modificare causa scadenza della delega assegnata dalla legge al governo, è svanita di fatto anche la riforma dei servizi pubblici locali. Né le toppe che qualcuno comunque si ostina a voler mettere, infilando magari un emendamento qui e un altro là nelle leggi che il parlamento volente o nolente dovrà approvare nei prossimi mesi, potranno cambiare le cose. Mentre non è neppure minimamente ipotizzabile il ricorso a un decreto legge: ci fosse pure il tempo per convertirlo, non ci sarebbe in queste condizioni una maggioranza disposta ad approvarlo.

Non bastasse, è in discussione alla Corte costituzionale pure il provvedimento sulla sanità. Proprio quello che avrebbe tolto ai governatori il potere discrezionale di nomina dei dirigenti apicali delle aziende sanitarie locali. Anche in questo caso c’è in ballo un ricorso della Regione Veneto. Il quale, ora che gli italiani hanno deciso di mantenere intatte le prerogative delle Regioni, avrà la strada spianata.

Nell’eterno gioco dell’oca delle riforme made in Italy si parte dunque nuovamente dal «Via!» senza che nessuno sappia però dire se, come e quando ricomincerà.

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