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Blog di bezzifer

C...O Come si agita Pier Luigi Bersani su Grillo, Renzi e Speranza

17 Gennaio 2017 , Scritto da bezzifer

Come si agita Pier Luigi Bersani su Grillo, Renzi e Speranza
 

Chissà perché Pier Luigi Bersani si sta facendo prendere dalla tentazione, se non vi ha già ceduto, di cambiare mestiere: alla sua età, poi, di 65 anni compiuti, se non ricordo male, il 29 settembre scorso, nello stesso giorno in cui Silvio Berlusconi ne compiva 80. E con quella sua bella laurea in filosofia; il suo esordio come impiegato, non so se variante di funzionario di partito; la sua esperienza per niente da buttar via di assessore prima e di presidente poi della sua bella regione, l’Emilia Romagna; le sue quattro legislature sulle spalle, che gli hanno fatto maturare il diritto a un bel vitalizio; la sua per niente disprezzabile esperienza di ministro, cui dobbiamo, fra l’altro, l’abolizione di quei cinque ero che dovevamo pagare ogni volta che facevamo una ricarica telefonica, di qualsiasi importo, per non parlare del vantaggio garantitoci di recedere più facilmente dai contratti d’utenza e di cambiare banca; la sua avventura di terzo dei cinque segretari avuti in meno di dieci anni dal Partito Democratico; il suo tentativo di fare nel 2013, dopo la pur mancata vittoria elettorale piena nelle elezioni politiche, il capo di un governo dichiaratamente “minoritario”, appeso agli umori di Beppe Grillo, ma altrettanto dichiaratamente “combattivo”; il tentativo questa volta dei grillini, giusto per dimostrare la loro imprevedibilità, di candidarlo al Quirinale, pur insieme con altri, dopo l’interruzione spontanea del secondo mandato presidenziale di Giorgio Napolitano, arresosi alla stanchezza fisica e – dicono – anche ai capogiri che gli procurava sul colle più alto di Roma un Renzi incontenibile come presidente del Consiglio, da lui stesso nominato l’anno prima per sostituire un Enrico Letta sgambettato a sorpresa, dopo un hastag rimasto famoso come quell’#enricostaisereno dello stesso Renzi ancora fresco di elezione a segretario del partito. Scusate la lunghezza di questo elenco, ma non è colpa mia se Bersani ha un curriculum così abbondante di annessi e connessi.

Dopo una vita – dicevo – così politicamente e umanamente intensa, circondato giustamente dalla simpatia e dall’affetto di tanta gente, come egli stesso provò con i messaggi ricevuti quando dovette essere operato d’urgenza alla testa, dopo l’inutile scalata a Palazzo Chigi del 2013, quel diavolo di Bersani si è così fatto prendere la mano, ed anche qualche altro pezzo di corpo, dal ruolo di oppositore interno all’attuale segretario del Pd da gareggiare, nelle battute, con un comico di professione come Maurizio Crozza. Al quale, peraltro, deve molta della sua popolarità per le divertentissime imitazioni che di lui ha fatto e fa un così bravo specialista della materia. Che ne ha cantato, fra l’altro, le capacità di pettinare le bambole, di inseguire i tacchini sui tetti e di smacchiare i giaguari.

Dopo avere crozzianamente e inutilmente avvertito Renzi e i suoi collaboratori della presenza, nella sede nazionale del partito, di un’ingombrante mucca, non diventata certamente stitica muovendosi nei corridoi del Nazareno e addentrandosi anche in qualche stanza, e non contento di avere visto il segretario del partito e ora ex presidente del Consiglio scivolare su una delle pizze di quell’animale con la sonora sconfitta nel referendum del 4 dicembre sulla riforma costituzionale, l’immaginifico Bersani ha abbandonato la mucca al suo destino e si è messo, o è tornato a difendere quei “cani” dei grillini. Cani, perché continuamente bastonati come tali, secondo lui, da Renzi anche nell’unico incarico rimastogli di segretario del Pd. Cani però un po’ speciali, scambiati dall’ex presidente del Consiglio, nell’intervista appena rilasciata a Repubblica per segnare e festeggiare la fine del silenzio impostogli dalla “sventola” referendaria, per “algoritmi”, fra le proteste e i vaffa di Grillo e amici. Che, in verità, più che per gli algoritmi si sono sentiti offesi per “le carte e le firme false” rinfacciate loro da Renzi in quel continuo scontro interno che hanno, divisi in tante inesplorabili fazioni di tipo anche familiare.

“Non capisco – ha detto ad un certo punto Bersani parlando dei grillini – chi esulta per il rifiuto dei liberali europei di accoglierli. Sarebbe stato un passo avanti. Attenzione a come ci si rapporta al movimento 5 stelle perché a bastonare il cane tutti i giorni, in tanti poi pendono la parte del cane”. “Ingiuriarli – gli è andato dietro il senatore e amico Miguel Gotor, che non è un torero ma un eccellente professore – è un errore”, in quanto “siamo alternativi alla destra – ha spiegato Bersani – e sfidanti verso le 5 stelle”. Di cui d’altronde Umberto Bossi, l’ex segretario leghista noto per sapere annusare politicamente il prossimo, ha appena detto che “sono di sinistra”, non scambiabili per la destra dove invece egli ritiene che stia maldestramente approdando, se non vi è già approdato, il suo successore sul Carroccio Matteo Salvini, con quel filo doppio che lo lega in Italia alla sorella dei fratelli d’Italia Giorgia Meloni, in Francia a Marina Le Pen, in Inghilterra a Nigel Farage e ora, in America addirittura, al nuovo presidente Donald Trump.

A sorpresa, tuttavia, Bersani ha tirato un calcetto anche al giovane compagno e simpatizzante Roberto Speranza, ex capogruppo del Pd, autocandidatosi alla segreteria del partito come novello Davide contro Golia, reduce nella sua Potenza da una pur fallita aggressione di uno che gli ha tirato appresso un cellulare, o qualcosa di simile.

“Qualcuno – ha chiesto Bersani in una intervista anche lui a Repubblica, non parlando certamente di Speranza – può escludere che in giro non ci sia un giovane Prodi?”. Giovane, però, perché del vecchio lui si è già troppo rovinosamente occupato mandandolo al massacro quattro anni fa nella corsa al Quirinale, dopo avere altrettanto inutilmente tentato la carta dell’allora presidente del partito, ed ex presidente del Senato, Franco Marini.

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