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Blog di bezzifer

Bettino Craxi, l’esempio dell’Unità di Staino e lo strillo del Fatto di Travaglio

20 Gennaio 2017 , Scritto da bezzifer

Mentre nella Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani il presidente del Senato in persona, Pietro Grasso, presentava un volume intitolato “Il libro dell’Incontro- Vittime e responsabili della lotta armata a confronto”, realizzato a cura di padre Guido Bertagna, Adolfo Ceretti e Claudia Mazzucato, nella redazione del giornale italiano che si ritiene il depositario assoluto della legalità, Il Fatto Quotidiano nato da una costola dell’Unità dei tempi di Antonio Padellaro e di Marco Travaglio, che ne erano usciti, o ne erano stati allontanati, si confezionava la prima pagina di oggi, 20 gennaio 2017, con l’apertura obbligata, naturalmente, sulla tragedia dell’albergo abruzzese del Gran Sasso travolto da una valanga, e diventato tomba di non si sa ancora quante vittime, mentre scrivo.

Mi chiederete che c’entri – o che c’azzecchi, direbbe Antonio Di Pietro – la presentazione di quel libro al Senato e la prima pagina del Fatto Quotidiano con l’apertura sull’evento obiettivamente più tragico della giornata. Non c’entra nulla, in effetti. C’entra però il grosso titolo centrale, sotto l’immagine della tomba di neve. Eccolo, tutto intero: “Rose rosse per te – Il leader del partito più inquisito d’Italia omaggia lo spirito guida – Alfano, ministro della malavita, sulla tomba del latitante Craxi – Ad Hammamet una cerimonia “in forma privata” ma con fotografi e giornalisti – Per Angelino “è un dovere essere qui”.

Pagato questo prezzo, diciamo così, alla legalità offesa dalla presenza del ministro degli Esteri della Repubblica d’Italia sulla tomba tunisina di Bettino Craxi nel diciassettesimo anniversario della morte, accorsovi sia pure in una “forma privata”, e perciò riduttiva, che spero, forse inutilmente, di vedere smentita dall’interessato e pure dal presidente del Consiglio in persona, il conte Paolo Gentiloni Silverj, che ho conosciuto e conosco come persona civile e a modo, non come un giustizialista della peggiore risma, il giornale che gli avversari definiscono, con i soliti e biasimevoli eccessi polemici, “di Beppe Grillo” o “delle Procure”, ha aggiunto in corsivo, nella solita rubrichetta di prima pagina chiamata non a caso “Cattiveria”, queste righe: “Il sindaco di Milano, Giuseppe Sala: penso di dedicare qualcosa a Craxi. San Vittore dovrebbe bastare”.

Non vorrei mettere in imbarazzo più di tanto il mio amico Antonio Padellaro, col quale cominciammo quasi contemporaneamente questo mestiere ben più di 50 anni fa: lui all’agenzia Ansa, dove era un solerte cronista parlamentare, e io al giornale romano del pomeriggio Momento Sera, dove già mi occupavo di politica. Ma voglio pensare e sperare che ad Antonio, oggi “solo” presidente della società editrice e collaboratore del quotidiano diretto invece da Marco Travaglio, non siano granché piaciuti né quel titolo vistoso di mezza pagina né quella “cattiveria”. Se poi mi vorrà smentire, pazienza. Vuol dire che è purtroppo pure lui è cambiato troppo rispetto ai tempi, chiamiamoli così, giovanili. E per colpa naturalmente dei tempi.

Giorgio Napolitano, allora presidente della Repubblica, bastarono dieci anni dalla morte di Bettino Craxi per avvertire il bisogno di toglierne la memoria dalla gabbia nella quale erano riusciti a chiuderla, non essendo stato possibile farlo con la persona, i magistrati che lo avevano condannato e i loro gazzettieri sparsi nei tre quarti, ma forse anche di più, delle redazioni giornalistiche.

In una nobile lettera scritta alla vedova di Bettino, Anna, naturalmente fra i borbottii e le pubbliche rimostranze dei giustizialisti in servizio permanente effettivo, Napolitano volle e seppe ricordare anche i meriti politici di Craxi, come leader di partito e capo di governo del suo e nostro Paese. E delle sue vicende giudiziarie, in particolare del ruolo avuto nella gestione del diffusissimo fenomeno del finanziamento illegale della politica, spesso liquidato da inquirenti e giudici come un tutt’uno con la corruzione, l’allora presidente della Repubblica volle riconoscere onestamente gli aspetti a dir poco inquietanti per le toghe rilevando la “severità senza uguali” riservata all’imputato.

Se dieci anni bastarono a Napolitano, nella sua veste di uomo, di militante della sinistra e di capo dello Stato per cercare di riequilibrare la rappresentazione delinquenziale fatta troppo a lungo di Craxi anche dalle sue parti politiche, diciassette anni evidentemente non sono bastati per indurre a qualche riflessione finalmente umana i Travagli di turno. Che tristezza.

A Craxi si nega addirittura quello che, all’ombra di un libro, è stato concesso dal presidente del Senato nella Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani ai terroristi che insanguinarono il Paese negli anni di piombo. Si nega cioè il diritto al rispetto, alla considerazione, alla pietà, alla comprensione: chiamatela come volete. Si dice che molti di quegli assassini, al netto di chi è riuscito a farla franca per l’omertà dei compagni finiti invece in galera, e usciti spesso con anticipo grazie alla generosa applicazione delle norme che notoriamente si applicano agli avversari e si interpretano per gli amici, hanno pagato i loro “debiti giudiziari”. Il fatto che Craxi abbia pagato i suoi errori, che certamente ci furono, addirittura con la vita, costretto a curarsi male, o meno bene di quanto si sarebbe potuto fare in Italia, a causa di quella “severità senza uguali” – per dirla con Napolitano – riservatagli dalla magistratura, evidentemente non basta a lor signori giustizialisti.

Temo a questo punto che costerà cara ad un dirigente comunista come Umberto Ranieri la scelta di scrivere per L’Unità, peraltro nuovamente a rischio di liquidazione, nonostante i generosi sforzi di direzione compiuti dal buon Sergio Staino, un articolo su Craxi, proprio nel diciassettesimo anniversario della morte, richiamato in prima pagina con questo piccolo ma significativo titolo: “La nostra storia – La difficile eredità di Craxi”. In quella “nostra storia” c’è già abbastanza per apprezzare l’onestà di un comunista o post-comunista che non a caso è cresciuto alla scuola di Giorgio Napolitano.

“La nostra storia” dovrebbe dire qualcosa anche al segretario del Pd Matteo Renzi, se veramente vuole rappresentare, come ha detto nell’intervista recentemente rilasciata a Repubblica tornando sulla scena politica, una sinistra che per essere moderna deve decidersi a diventare davvero “garantista”. Cosa, questa, che dovrebbe impedire all’ex presidente del Consiglio di tornare a parlare di Craxi, che lo ha preceduto di decenni in tante visoni proprio della sinistra, come di un uomo sprovvisto di “valore pedagogico”, per cui come sindaco di Firenze egli si rifiutò di discutere della possibilità di dedicargli una via o un angolo della città.

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